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Dal verbo suchen (cercare) i Tedeschi fanno il participio presente, suchend, e lo usano sostantivato,
der Suchende (colui che cerca) per designare quegli uomini che non s'accontentano della superficie del-
le cose, ma d'ogni aspetto della vita vogliono ragionando andare al fondo, e rendersi conto di se stessi,
del mondo, dei rapporti che tra loro e il mondo intercorrono. Quel cercare che è già di per sé un trova-
re, come disse uno dei più illustri fra questi «cercatori», e precisamente sant'Agostino; quel cercare che
è in sostanza vivere nello spirito.
Suchende sono quasi tutti i personaggi di Hesse: gente inquieta e bisognosa di certezza, gente che
cerca l'Assoluto, ossia una verità su cui fondarsi nell'universale relatività della vita e del mondo, e tale
assoluto trovano — se lo trovano — in se stessi. Facendo uso di un titolo pirandelliano, si potrebbe dire
che «trovarsi» è l'ansia costante di questi personaggi: pervenire a quella consapevolezza di sé che per-
mette alla personalità di realizzarsi completamente e di vivere, allora, realmente, quelle ore, quei gior-
ni, quegli anni che vengono di solito sciupati nella banalità quotidiana d'una esistenza «d'ordinaria am-
ministrazione». Con Gide, Hesse potrebbe dire di sé: «Le seul drame qui vraiment m'intéresse et que je
voudrais toujours à nouveau relater, c'est le débat de tout étre avec ce qui l'empéche d'étre authentique,
avec ce qui s'oppose à son intégrité, à son intégration». Nella maggior parte dei romanzi di Hesse i per-
sonaggi muovono a questa scoperta di sé attraverso le circostanze esteriori del mondo moderno: Peter
Camenzind, il solido montanaro svizzero divenuto scrittore di successo, negli ambienti intellettuali di
una pacifica Europa all'inizio del secolo; Demian, o meglio il suo succube Eugen Sinclair, nella vita stu-
dentesca delle università tedesche, agitate dal presagio dell'imminente guerra mondiale (1914), che tan-
te vite avrebbe falciato in quella gioventù, risolvendone, o meglio lacerandone e troncandone brutal-
mente i problemi.
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